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POLISTENA E LA MUSICA COLTA

 

                                                                                                            di Mario Commis

 

 

Se le mie conoscenze musicologiche sono aggiornate, non è  ancora apparso nel campo editoriale un compendio storiografico completo sulla Calabria, vista esclusivamente dall’angolazione musicale, fondato su basi filologiche e condotto con metodologia scientifica.

 E ove si pensi

=  che la musica-così come noi oggi la intendiamo-è un’arte, rispetto alle altre,relativamente giovane (solo nel medioevo ebbe inizio la sistemazione teorica di una certa uniformità ed una primitiva organizzazione mensuralistica che le permisero di respirare un’aria diversa da quella chiesastica o conventuale);

= che traversie di varia natura tennero la nostra regione lontana dai flussi e dagl’influssi culturali che nel nord della nostra penisola e nell’Europa continentale, invece, si andavano effondendo e dilatando;

= che la mancanza o la esiguità di mecenatismi patrizi non favorì, da noi, la rivelazione di spiccate personalità o la maturazione di istintive inclinazioni;

= che la lunga presenza dei vari conquistatori avvicendatisi sul nostro territorio fu così pesante da impedire alle popolazioni indigene un sia pur breve periodo di benessere socio-economico, fondamentale per lo sviluppo delle arti liberali;

ove si pensi a tutto questo, e ad altro ancora, non ci  si  deve meravigliare se l’assenza totale di quelle che gli storici chiamano “fonti  primarie e secondarie” (i  documenti)relative al periodo compreso tra il tardo Medioevo e l’inizio del Rinascimento, ci impedisce una visione integrale della vita musicale in Calabria.

E tuttavia, se e quando un appassionato di archeologia musicale, spinto dall’interesse e assistito dalla fortuna, riuscirà a portare alla luce auspicabili e non impossibili reperti, consentendo così alla storiografia di colmare questa lacuna e ridare respiro a questa apnea musicologica, allora noi leggeremo il nome della nostra città nell’ ”incipit” di quel compendio, nella protostoria delle attività musicali nella nostra regione, perché è in epoca rinascimentale che Polistena esprime uno dei primi musicisti calabresi, se non addirittura il primo: ANTONELLO MARAFIOTI.

A tramandarcene il nome e la fama è un altro Marafioti, quel fra Girolamo storico e suo consanguineo che, nell’edizione patavina delle “CRONICHE ET ANTIQUITA’ DI CALABRIA” (1601) lo dice vissuto tra la fine del XV e la prima metà del successivo secolo e assurto a celebrità nel più importante centro musicale del meridione: la Napoli del ‘500.

In mancanza di documenti   su cui poterne misurare il grado di genialità e l’originalità ed in  considerazione  che

nel  periodo in cui visse, la voce dominava sovrana, la polifonia raggiungeva il suo apogeo e la musica strumentale, in posizione nettamente subordinata, serviva solamente come supporto al canto, possiamo immaginare che ANTONELLO dovette essere un valoroso creatore di melodie rinascimentali se, come fu scritto ai suoi tempi, ben conosceva “l’arte di Apollo” ed egregiamente sapeva “d’ogni armonia disciorre il nodo”.

Giacomo Francesco Milano

Nel secolo seguente si assistette al lento esaurimento della polifonia vocale ed all’affermazione ed espansione di quella strumentale, che abbandonò il ruolo di mero sostegno della voce per assumerne uno autonomo ed efficacemente espressivo. Anche allora Polistena segnò la sua presenza- questa volta suffragata dai documenti-, regalando al barocco musicale due personalità antiteticamente distinte per origine e  casta, ma artisticamente vicine e cronologicamente contigue: MICHELANGELO  JERACE( 1670-1750 )  e GIACOMO FRANCESCO MILANO ( 1699-1780 ).

Nella cappella dei marchesi Milano era fiorito all’arte e si era espresso lo Jerace prima di lasciare Polistena per Napoli e, poi, per Londra e Parigi, dove morì. Era il tempo in cui la “sonata a tre” (che in effetti richiede quattro esecutori) veniva portata ai massimi splendori da Corelli; il tempo dei preziosismi di Vivaldi e delle ardite architetture di Bach, che preparavano il travaso dal barocco al rococò; il tempo di Leonardo Vinci, altro calabrese di pregio, che con l’opera incideva il suo nome nel granito della storia. In quegli anni, insieme ad un perduto “Dixit” a quattro voci con accompagnamento strumentale del 1742, Michelangelo Jerace a Londra dava alle stampe le 12 sonate a tre (dodici era il numero canonico per questo tipo di musica strumentale) che a noi moderni fruitori appaiono, sì, ancorate al vecchio stile concertante, ma che rivelano nell’autore una robusta padronanza delle rigide leggi del contrappunto ( più ampiamente messa in evidenza nello sviluppo dei temi delle sue “Sinfonie” ), su cui levitano piacevolissime trame melodiche, ritmiche e armoniche pervase di sonorità leggere e trasparenti. Il “celebrated” che leggiamo accanto al nome dell’autore sul frontespizio della raccolta dei “TRIOS”  londinesi corrisponde, dunque, veramente al valore del musicista.

Di Giacomo Francesco Milano, invece, ci dice con autorità e competenza J.J.Rousseau- sostenitore e difensore dello stile italiano contro la tradizione musicale francese- , affermando nel suo “Dizionario della Musica” (1767) che il marchese- all’epoca ambasciatore di re Carlo di Napoli alla corte di Luigi XV- “suscita a Parigi l’ammirazione dei conoscitori” per  “la vivacità dell’invenzione e la forza dell’esecuzione”.

Formatosi alla scuola di Durante(gloriosa scuola napoletana che diede all’arte musicale celebrità come Traetta, Piccinni, Paisiello, Pergolesi), ereditò dal maestro la tendenza verso la musica da chiesa e l’oratorio(”Maria SS. dei Dolori “, “ Salve Regina “, “ Betulia liberata “,  “Maria afflitta nella sua solità “, ecc.); ma, mentre i lavori del Durante, intrisi di sentimento devozionale, riescono a sfruttare, vocalmente e strumentalmente, le risorse dello stile dell’epoca, quelli del marchese Milano rimangono alla periferia dell’intimismo fideistico, lasciando nell’ombra raccoglimento e spiritualità. Non è difficile capirlo, il marchese Giacomo, e giustificarlo: era un  “dilettante “ dell’alta aristocrazia gaudente e libertina. Lo sentiamo, infatti, più spontaneo e sincero nella “ Sinfonia a tre “ e nelle “ Sonate “; galantemente cicisbeo nelle pagine clavicembalistiche; decisamente più incline alle piacevolezze ed alle delicate eleganze della “ sua “ società, che non all’austerità e alla compostezza del sacro.

La fine del XVIII secolo segnò in Italia il consolidamento e la definitiva espansione dell’opera seria e buffa (Gluk aveva lasciato il segno), con il conseguente rapido decadimento della musica strumentale( soltanto le “ diavolerie “ di Paganini riuscivano a girare in lungo e in largo per le corti d’Italia e d’Europa) che, invece, ebbe un notevole incremento in ampie aree a nord delle Alpi. Il “romanzo in musica “- come più tardi Gramsci definirà

Il Maestro M. Valensise

l’opera- diffondeva in Europa la melodrammaturgia italiana, sull’abbrivo ricevuto soprattutto, ma non soltanto, dall’opera comica napoletana. E nel Conservatorio “S.Sebastiano “ di Napoli, di cui era bibliotecario il sangiorgese Francesco Florimo, compositore e musicologo insigne, MICHELE VALENSISE( 1822-1890 )  fu mandato a studiare. Là il giovanissimo polistenese respirò a pieni polmoni la stessa atmosfera d’arte che pochi anni prima  aveva    ossigenato

 “ don Vincenzino Bellini “, come è chiamato il celeberrimo autore catanese nelle copie manoscritte delle più belle arie dalle sue opere, da me rintracciate in casa Valensise. 

E quando nel 1854 la città di Messina ebbe modo di appaludire, nonostante la deludente prova del tenore Bilcioni, nel teatro “ S.Elisabetta” l’opera “Eleonora da Toledo “, e la stampa siciliana lodò la delicatezza del sentimento e la musicalità del Valensise, si ebbe, allora, la chiara percezione che il giovane calabrese era decisamente avviato a “ calcare il sentiero di Euterpe “.

Allorchè verso la fine degli anni Ottanta, in vista delle manifestazioni per il primo centenario della morte dell’illustre polistenese, mi accinsi alla compilazione di un completo e dettagliato catalogo dei lavori valensisiani, mi trovai di fronte a un mare di musica- a stampa e manoscritta- ed ebbi chiara la prova che la fama giunta fino a noi non era superiore al valore dell’autore nè- men che meno- gratuita e immeritata. 

Autografo dell'"Allegretto" introduttivo dell'opera "RITA"

Otto  sinfonie    ( con  la “Trionfale “ il Valensise aveva partecipato al concorso di Bruxelles), cinque melodrammi (”Doralinda”, “Lionardo Morosini”, “Rita”, “ Isabella degli Abenanti”, ambientata nella Calabria del Seicento, e la citata “Eleonora” ), quartetti per archi, concerti per strumento solista e orchestra, per pianoforte, liriche da camera, serenate,  inni (tra cui quello per l’apertura- 1869 -del Concilio Vaticano I ), costituiscono un vasto corpus di composizioni che, se echeggiano gli stilemi romantici dei grandi dell’epoca- Mayr, Rossini, Donizetti, Bellini.....- facevano, peraltro, scrivere a Filippo Filippi (autorevole critico musicale di Casa Ricordi, deciso difensore di Verdi prima e, poi, nell’infuocata diatriba con i wagneriani, strenuo difensore di questi ultimi ) che in Valensise si notava lo spirito di vera musica italiana. Poi, improvvisamente, un luttuoso evento familiare lacerò la sensibilità del musicista che si allontanò dalle scene e dalla musica profana per dirigersi verso l’interiorità di quella per costituzione definita “ amica templis “ : la musica religiosa: messe, mottetti, vespri solenni, salmi, cantate, antifone, oratori ecc...In quell’epoca Polistena vantava una “ filarmonica “ di trenta e più esecutori che, sotto la guida del maestro Valensise, si esibiva in Calabria e in Sicilia. Quando il 15 agosto 1872 nel duomo di Messina fu eseguita la “ Messa dell’Assunta “ ( riesumata nel 1956, sempre a Messina, per il giubileo sacerdotale dell’arcivescovo mons. Paino ), per Michele Valensise si erano aperte, già da qualche anno, le porte dell’Accademia di S.Cecilia in Roma. Alla sua morte, Polistena pianse non solo la perdita dell’artista fecondissimo, ma anche del maestro alla cui scuola si era formato un cospicuo gruppo di giovani  promesse.

Da esso  emerse  NICOLA  RODINO’  TOSCANO  ( 1864-1933 ), grazie al quale l’orchestra continuò a vivere ed operare.

Nicola Rodinò Toscano (copia dall'originale di Marino Tigani)

Compositore dalla facile vena, la sua versatilità spaziò dalla musica profana a quella religiosa e si addentrò felicemente ( l’epoca ed il suo carattere aperto ed estroverso ve lo condussero con naturalezza ) nel mondo dell’operetta:  La favola della principessa, L’amore non si negozia, Ninì, Non toccate la regina, Nelly sono alcuni tra i tanti titoli dei suoi lavori per il teatro. E poi: composizioni per solo piano, per canto e piano, romanze ( con “ Dura dilectio “ , su versi squisitamente patetici del polistenese Paolo Tigani, il Maestro vinse, nel 1902, un concorso bandito da un’editrice musicale di Firenze), concerti, notturni, barcarole, ballabili....A proposito di questi ultimi, la testimonianza di quanto il  Rodinò sia stato un musicista sensibile e intellettualmente aperto all’evoluzione ed  alle conseguenti trasformazioni della società del XX secolo, è data dagli oltre cento valzer, polke, mazurke da lui composti e perfino dall’accostamento alle nuove forme di musica leggera allora in voga: “Tango?...Tangis!...” è il titolo latinamente goliardico e simpaticamente e maliziosamente ammiccante di un tango “ intraprendente “, come a lui stesso piacque definirlo, composto intorno agli anni venti del secolo.

Non mancò, ovviamente, di frequentare la musica sacra, lasciando un’amplissima raccolta di lavori relativi a tutti i servizi ed alle varie ricorrenze dell’anno liturgico. In ossequio alle disposizioni di Pio X( 1903 ) che accoglievano le istanze del “ movimento ceciliano “ per il ripristino del repertorio liturgico autentico, la sua musica da chiesa non appare più, come nel Valensise, ancorata agli influssi stilistici del melodramma ottocentesco, ma tende, piuttosto, alla intima e raccolta spiritualità della devozione popolare, con momenti di tensione profondamente mistici. 

A mantenere viva la tradizione musicale colta dopo la morte del maestro Rodinò Toscano, fu un sacerdote, mandato nella nostra città per dirigere, in un difficile momento di transizione, quella straordinaria opera caritativa sorta per volontà del vescovo della diocesi mons. Morabito, dopo il terremoto del 1908 e rivelatasi, allora, di immenso valore sociale: l’orfanotrofio maschile.

Laziale per origini,  don  ANGELO  MASCAGNA  ( 1880-1954 ) fu un polistenese a tutto tondo, perché per trenta e più anni vi esercitò il suo ministero, profuse la profonda cultura a giovani e adulti, alleviò l’indigenza di chi, nel bisogno, si rivolgeva a lui. Organista e compositore, fu suo il merito di aver creato  in    Polistena

DON ANGELO MASCAGNA

la prima schola cantorum che nobilitò la partecipazione alla liturgia, pur nel rispetto dei canti della tradizione popolare, anzi consolidandone il valore espressivo. Era sacerdote, già dissi, e, naturalmente, la sua produzione musicale rimase in massima parte circoscritta alla sfera del religioso e del sacro. Sia pur da lontano, aveva seguito la lezione polifonicamente innovatrice di don Lorenzo Perosi e nelle sue composizioni volle e seppe cogliere con sagace intuizione le espressioni anonime dei canti del popolo, le rivestì di forme musicali culte e le nobilitò con ornamenti armonici che disponevano alla sacralità dei riti.

Oltre dieci messe e numerosissimi pezzi sacri,(corali, inni, pastorali, antifone, canzoni mariane ) echeggiarono per molti anni sotto le volte delle nostre chiese.

Ma era anche, don Angelo,una figura di prete che si allontanava dagli stereotipi tradizionali, dagli schemi deteriori cari alle santocchie dell’epoca; era un uomo libero, aperto, franco nella parola e nell’azione; in breve: un prete(absit iniuria) a-gesuitico. Trattò, perciò, anche la musica profana, ed il suo pianismo, di caratura classica, è fatto di sonorità che sanno intrecciare melodie di facile captazione e fraseggi di immediata persuasività: valzer, mazurke, romanze, sonate per più strumenti, che quasi esclusivamente servivano per intrattenere in privato un ristretto gruppo di amici musicofili, come nelle annuali ricorrenze del cinque maggio in casa sua, per ricordare una data a lui cara.

Chiesa dell'Immacolata, nella quale officiava Don Mascagna.

E intanto ( le ferite del secondo conflitto mondiale non si erano ancora del tutto cicatrizzate) la dinamica generazionale aveva impresso alla società del dopoguerra un’accelerazione rivoluzionaria rispetto ai ritmi e ai modi del suo secolare evolvere. L’imponente sviluppo delle scienze con le connesse innovazioni; i reciproci influssi     tra le culture dei vari popoli, anche i più lontani; l’incremento dell’istruzione; lo stato di agiatezza delle famiglie che- l’ho detto prima- costituisce lo scivolo per l’avviamento alle arti liberali, permettevano ai giovani della seconda metà del secolo di provare un più largo interesse e di esercitare una più ampia adesione al mondo delle note, sia come fruitori ( con l’uso delle tecnologie), sia come produttori essi stessi di musica ( con la frequenza di scuole specializzate).

Da allora- è il caso di dirlo- la musica è veramente cambiata, e non solo metaforicamente.Anch’essa, però, rimase e rimane esposta ad una costante negativa, comune a tutti gl’indirizzi di istruzione e di specializzazione professionale: all’ampliamento della base non sempre corrisponde un altrettale sviluppo in altezza. Ci auguriamo vivamente, tuttavia, che i giovani musicisti polistenesi, in nome della preparazione e della cultura specifica acquisita nei Conservatori, si facciano essi stessi “ conservatori “ e valorizzatori del nostro patrimonio d’arte che, anche se contenuto nel ristretto ambito locale, ci inorgoglisce e ci esalta. 

 

                                                                                                       MARIO COMMIS 

 

dal volume "Polistena ieri e oggi" di Ferdinando Sergio


RICORDANDO FORTUNATO SEMINARA

Fortunato Seminara nacque a Maròpati il 12 agosto 1903, da Michele e da Pasqualina Nasso, una famiglia di contadini e piccoli proprietari terrieri.

        <<Io nacqui in agosto. Le mogli dei contadini, sia perché sono sane e vigorose e si rimettono presto dalle malattie, sia perché sono costrette dalla necessità, dopo il parto non restano a lungo a covare nel letto: prendono il pargolo in braccio come un fagotto, o lo adagiano in una cesta e vanno al lavoro. Ora forse gli agi, consentendo maggiori riguardi, hanno reso le donne meno sollecite; ma una volta avveniva così. E mia madre, che era una contadina, portò presto in campagna il suo primo nato. Raccontava che la sera del primo giorno, tornando a casa, era stata rimproverata aspramente dalle parenti messe in apprensione e indignate dal vedermi le guance arrossate dalla vampa del sole. Mia madre, sposa appena ventenne, era ingenua e inesperta. Poi venne l’autunno e l’inverno, recando coi frutti nuove fatiche. Durante la raccolta delle olive, che si protraeva fino alla primavera, mia madre mi portava con sé in campagna e mi adagiava sulla terra nuda. La necessità dell’allattamento le impediva di affidarmi alle cure di parenti. A quei tempi le madri allattavano i figli un periodo minimo di sei mesi e anche un anno, ove le loro condizioni di salute lo permettessero, finché i seni si prosciugavano. Io crebbi senza mollezze, né carezze. Forse da questa privazione è derivato un bisogno intenso di tenerezza, per cui ho sempre sollecitato, quasi mendicato l’amore delle donne, e che dopo una lunga vita è ancora rimasto insoddisfatto. Da chi doveva essermi elargito quel dono se non da mia madre? Ma mia madre, tutta presa dal lavoro in campagna, aveva poco tempo da dedicare a me. In casa mia si è sempre lavorato sodo, ma specie a quel tempo, in cui si ponevano le basi del nostro benessere.

        Il primo ricordo della mia infanzia mi pare che sia il ritorno di mio padre dall’America: era seduto in casa attorniato da parenti, che in quelle occasioni accorrevano per ricevere un regalo, e mi teneva fra le sue ginocchia. Avevo tre anni. Il secondo, il terremoto del 1908: una notte di paura e di scompiglio. Dormivo in un lettino disteso su un cassone in un angolo della camera; mio padre mi afferrò e mi portò in fretta al pianterreno mentre la casa tremava. Dalle case vicine si levavano urla e pianti di donne e di bambini e tutti scappavano nelle strade. (…) Mio padre, tornato da alcuni anni dall’America coi risparmi, fedele al detto calabrese: “Terra quanto vedi, vigna quanto bevi e casa quanto stai”, aveva acquistato un fondo in una contrada vicina al paese si diede a migliorare il campo in collina che gli era toccato in eredità, impiantandovi un vigneto. Gli mancava la terra irrigua da coltivare a cereali; e non avendo la possibilità di acquistarla, ne prese una in affitto da un grosso proprietario. Così alla famiglia era assicurato tutto il bisognevole: olio, vino e pane. Ne avanzava anche una parte da vendere. Una famiglia, che poggiava su tali basi economiche, in quei tempi poteva dirsi agiata e poteva essere felice. Sarebbe stato così se fossero mancate altre cagioni di afflizione.

        So che un altro bambino venne nel luglio del 1908 (Michele), ma la sua vita fu breve; l’inesperienza della donna che assisteva le partorienti e la mancanza di cure, o le cure sbagliate lo condussero alla tomba dopo appena quindici giorni dalla nascita. La morte del figlio scosse la salute di mia madre; e la lunga malattia si concluse con una delicata operazione (a quanto si diceva poi in famiglia, non necessaria) che la privò per sempre della attitudine a procreare. Di tutto quel tempo io serbo, più che il ricordo, l’impressione di una grande tristezza. Al principio dell’inverno di quello stesso anno sopravvenne il disastroso terremoto che distrusse Reggio e Messina e seminò rovine in tutta la Calabria. Anche la nostra casa fu danneggiata. Mio padre non aspettò le provvidenze statali, che di solito da noi vengono avviluppate in tante formalità e cautele burocratiche, da renderle inefficaci: ricostruì dalle fondamenta il muro anteriore e alzò tutta la casa d’un piano fino all’altezza delle case attigue. Fu come elevarsi di un gradino nella scala sociale. Più preciso è il ricordo dei soldati, specialmente gli austriaci, che non so quanto tempo dopo il terremoto vennero per costruire le baracche per coloro che avevano perduto la casa. Le costruirono in uno spiazzo ricavato da un oliveto sotto il paese. Era ancora inverno quando arrivarono. Noi ragazzi accorrevamo ad osservarli mentre lavoravano e all’ora del rancio ci contendevamo le gavette che loro ci passavano. Credo che il rancio fosse spesso di fave, perché l’odore delle fave, un odore per me gradevole, mi è rimasto quasi nel sangue e ogni volta rinnova il ricordo di quei soldati austriaci e delle baracche.>> (F. Seminara: "Ricordi, Infanzia" - dattiloscritti conservati presso la Fondazione-).   

        Compì gli studi elementari nella scuola comunale del paese: << (…) Ricordo la scuola che era una baracca. Si stava stretti nei banchi. D’inverno, accostando la mano alle fessure, si sentiva entrare l’aria fredda; ma ritornando da fare i nostri bisogni (si facevano in una stradetta vicina) pareva di entrare in una stalla tiepida. Non so esprimere ciò che provammo, quando venne annunziata l’innovazione della scuola mista e apprendemmo che d’allora innanzi saremmo stati insieme con le femmine…>> (F. Seminara: "Paese Mio" - dattiloscritto conservato presso la Fondazione -).       

        Finite le scuole elementari, nell’ottobre del 1915 i genitori lo portarono nel Seminario di Mileto (VV), dove frequentò le medie. Non avendo alcuna vocazione sacerdotale, dopo la terza media passò prima a Palmi (RC), per frequentare la quarta Ginnasiale, e poi a Reggio Calabria, per la quinta. Gli anni del Liceo li trascorse a Napoli (primo anno) e a Pisa, dove conseguì la licenza nel Liceo Classico "Galilei" (abitava a Navacchio, vicino Pisa, ospitato da un cugino di sua madre). Acquisita la maturità, s’iscrisse durante il periodo militare alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma e si laureò poi a Napoli nel 1927. All’epoca dell’ultimo periodo universitario napoletano, prima di conseguire la laurea, conobbe la futura moglie, dalla quale ebbe due figli. Ben presto, però, i due si separarono.

        Dal 1930 al 1931 soggiornò in Svizzera e in Francia, dove propagandò i suoi ideali di socialista e il suo radicato antifascismo, soprattutto con pungenti articoli su “Le Travail”, quotidiano del partito Socialista di Ginevra, firmandosi con una "S". Seminara precisò in un’intervista (Cfr. Tesi di Laurea di Teresina Maria Merenda, Università di Salerno AA. 1972/73: "Fortunato Seminara"): <<Lo studio del marxismo, che io cominciai in Italia prima di emigrare in Svizzera mi aprì nuovi orizzonti, quindi mi accostai agli scrittori naturalisti francesi come Zola, Balzac, Maupassant ed altri, ed agli scrittori russi dell’Ottocento come Tolstoi, Dostoevskij ed altri”. Tra i tanti lavori che Seminara esercitò per poter vivere, ci fu anche quello di orologiaio. Tornato al suo paese nel 1932, stette sempre vicino ai genitori, occupandosi delle poche proprietà e non esercitando mai la professione forense. Il suo palese accanimento antifascista,con il conseguente rifiuto della tessera nazionalista, gli chiuse le porte di eventuali impieghi pubblici di prestigio. Trascorse buona parte della sua vita nella casetta rurale di Pescàno, a pochi chilometri dal centro abitato: << La mia casa è sulla sommità d’una collina dai fianchi ripidi coperti di oliveti, che dai monti si allunga verso la pianura, restringendosi alla punta estrema come un cuneo. Sorge nel punto più stretto al termine d’una spianata di vigneti. (…) Guardare da quassù è come affacciarsi da un’ampia balconata che domina tutto il paesaggio circostante: da tre parti, tra Capo Vaticano e il Monte S. Elia, la curva dell’ultimo appennino che culmina nell’Aspromonte, davanti la pianura e più lontano la distesa del mare>> (F. Seminara: "La Mia Casa In Collina" - dattiloscritto conservato presso la Fondazione -).

        Qui, dall’altura della collinetta che domina il paese natio, a lume di lucerna, compose tutte le sue opere, distruggendo le precedenti d’influenza dannunziana cercando di creare qualcosa di originale, di suo. <<Ho lavorato sempre a lume di lucerna a olio: lucerne di varie forme, di ferro con manico da portare sospese a un dito e appendere a un chiodo, di terra cotta e anche qualcuna artistica, che acquistavo durante i miei viaggi; cosicché potrei dire anch’io, come disse Campanella ai suoi accusatori: “Ho consumato più io di olio che loro di vino”. Ora che i miei genitori sono morti, l’inverno lo passo nella casa in paese. Qualcuno mi potrebbe domandare perché sono rimasto in un villaggio dell’estremo Sud, in una regione depressa. Le ragioni sono tante. È da notare che durante il fascismo rifugiarmi in questa campagna era il modo più sicuro per ingannare gli aguzzini fascisti e sfuggire alle persecuzioni. Sono rimasto qua anche perché, dopo averla vissuta, questa vita, coi genitori e in mezzo ai contadini, ho voluto studiarne i modi e le ragioni per descriverli nei miei libri. Prima, finché vissero i miei genitori, alternavo lunghi soggiorni in campagna con soggiorni invernali in città, Roma. Ero giovane, avevo ancora molto da apprendere e sopportavo con coraggio disagi e privazioni. Ma non sono stato mai capace d’inserirmi nella società cittadina. Ora la grande città con la sua confusione, il suo traffico strepitoso e congestionato e la sua aria infetta quasi mi disgusta. In questa casa ho scritto tutti i miei libri, spesso all’aria aperta e seduto sotto un castagno nel bosco durante la calura estiva. Le mie carte sono intrise di verde e di sole, e così le mie opere>>.

        Così scrisse di lui il giornalista Enzo Nasso, in un articolo “gonfiato” apparso su “Momento Sera” del 22 febbraio 1952: <<Non fu impresa facile raggiungere quel pezzo di campagna dove Seminara viveva da contadino, coltivando la terra con le sue proprie mani, potando le viti, innestando gli aranci, raccogliendo le ulive, nella stagione dell’olio. Fu necessario scalare una montagna di terra con la guida di un assurdo camorrista, il quale si irritava ad ogni passo con me e con sé stesso per il fatto che non riusciva ad orientarsi con disinvoltura nel labirinto dei viottoli di campagna. Come Dio volle, dopo tre o quattro ore di scalata tra la terra morbida e i rami spinosi delle siepi, raggiungemmo lo strano fortilizio. Il camorrista, diventato mansueto, urlò a squarciagola il nome dello scrittore. Seminara uscì da una capanna di legno, vestito di una lacera divisa da fante e ci offrì arance, noci e vino, proprio come succede nei suoi romanzi. I suoi manoscritti erano seminati sul pavimento, tra sacchi di iuta ed elementari arnesi agricoli. Nessun’altra ambizione avrebbe potuto smuoverlo che non fosse l’amore per quella terra che personalmente curava. Ebbi l’impressione di trovarmi davanti a un uomo di pietra>>.

        Tra il 1934 e il 1938 scrisse il romanzo "Le Baracche" che fu pubblicato però solo nel 1942 da Longanesi che dirigeva per Rizzoli la collana "Il Sofà Delle Muse", quando Seminara, che era stato richiamato alle armi in provincia di Cosenza, fu congedato. <<Con Le Baracche, Seminara è stato colui che ha iniziato la letteratura del nostro secolo al neorealismo, ripiegandosi sul mondo del paese e della campagna. Potremmo dire che è lo scopritore del contadino>> (Antonio Piromalli: "La Nuova Antologia", febbraio 1964).

        Dopo l’uscita de "Le Baracche", lo scrittore collaborò per quotidiani e riviste nazionali.

        <<Mi sono assunto il compito di dare una voce alla secolare e oscura sofferenza delle masse contadine che sono la cosa più seria, positiva e reale nella disgregata società meridionale. Che non abbia fatto propaganda politica lo provano, se non altro, le critiche malevoli, peggio a volte, il silenzio degli intellettuali di estrema sinistra>> (F. Seminara: “Prospettive Meridionali” N. II, 1956).

        Gli anni 50 gli aprirono, definitivamente, le porte dell’esigente cultura letteraria

nazionale. Nel 1951 pubblicò, per la casa editrice Einaudi, "Il Vento Nell’Oliveto"; nel '52, per Garzanti, "La Masseria"; nel '53, sempre per Garzanti, "Donne di Napoli"; nel '54, ancora per Einaudi, il romanzo "Disgrazia In Casa Amato"; nel '57 "La Fidanzata Impiccata" e "Il Mio Paese Del Sud". Nel 1963 esce, per i tipi Einaudi, "Il Diario Di Laura", continuazione – o meglio seconda parte – del romanzo "La Fidanzata Impiccata" (l’opera narrativa faceva parte della trilogia: "Il Vento Nell’Oliveto – Disgrazia In Casa Amato – Il Diario Di Laura"). Nel 1967 la casa editrice Pellegrini di Cosenza pubblica "L’Altro Pianeta", un volume di scritti vari sulla Calabria. Nel '76, per le Edizioni Parallelo 38 di Reggio Calabria, esce il suo ultimo romanzo: "Quasi Una Favola".

        Tre anni dopo, per le insistenze dello scrittore polistenese Antonio Floccari, dà alle stampe la raccolta di racconti "I Sogni Della Provinciale".

        Fortunato Seminara morirà il Primo Maggio 1984 ad Orvieto, nella casa del figlio

Oliviero, mentre in tutto il mondo si celebrava la Festa dei lavoratori e di quel mondo

contadino quasi scomparso che lui così magistralmente aveva descritto.

        Oggi il suo corpo riposa nel "Recinto Della Memoria" del piccolo cimitero di Maropati

che lui giornalmente soleva visitare, intrattenendosi a meditare davanti ad una tomba, ad

una fotografia ad una frase stampata sul freddo marmo; ad inseguire gesta e persone

che furono, a riscoprire i personaggi delle sue opere, a ritrovare sé stesso, forse…forse

anche a pregare come faceva da bambino, nel Seminario di Mileto, e come fece sul letto

di morte, pensando, sospirando e desiderando identificarsi in quell’altro antico infermo

disteso sulla collina, perennemente nudo e solitario: Maropati.

        Dopo la morte dello Scrittore maropatese, il Comitato Scientifico della Fondazione Seminara che conserva e studia tutto il carteggio, ha fatto pubblicare i romanzi inediti "L’Arca" e "La Dittatura" e ha curato la ripubblicazione de "La Fidanzata Impiccata" (inserendo nella seconda parte del volume la sua naturale continuazione: "Il Diario Di Laura").

        Molte delle opere di Fortunato Seminara sono state tradotte in diverse lingue:

"Il Vento Nell’Oliveto" è stato tradotto in inglese con il titolo: "The Wind In The Olive Grove" (London, 1958) e in portoghese; "La Masseria" in lingua cecoslovacca con il titolo: "Dvorec" (Praha, 1963); "Donne Di Napoli" in portoghese: "Mulheres De Nàpoles"; "Quasi Una Favola" è stato tradotto in francese e rappresentato in teatro con il titolo "Gregoria".

 

        Tra le collaborazioni giornalistiche ricordiamo quelle con:

Il Tempo;

Il Messaggero;

La Gazzetta del Mezzogiorno;

La Gazzetta del Popolo;

Il Mattino;

Il Giornale di Calabria;

L’Avanti;

numerosi periodici tra cui Oggi, Il Mondo, La Fiera Letteraria, Prospettive Meridionali,

Pirelli, Tuttitalia, ecc.

        Fortunato Seminara ebbe rapporti d’amicizia con Corrado Alvaro, Mario La Cava, Ignazio Silone, Pietro Nenni, Italo Calvino, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, ecc.

 

 

 

FORTUNATO SEMINARA  SEMPRE PIU’ ATTUALE

 

                                                                         di Attilio Sergio

 

 

La creazione di contatti e collaborazioni con il mondo delle Università italiane e straniere per creare una "rete" significativa per la divulgazione della figura e dell'opera del grande scrittore Fortunato Seminara.

S'inquadra in questa ottica l'incontro svoltosi, nell'aula delle lauree della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, fra una delegazione della Fondazione "Fortunato Seminara" e professori e studenti dell'Ateneo. "Una manifestazione - ha commentato Caterina Adriana Cordiano presidente della Fondazione Seminara - che conferma l'intensa attività della Fondazione di Maropati, da sempre impegnata non solo a condurre un esame sistematico dell'opera dello scrittore calabrese, ma anche a garantirne una maggiore divulgazione attraverso contatti e collaborazioni con centri culturali non solo nazionali. Oltre ad assolvere una funzione istituzionale, il confronto con altre realtà scientifiche, risponde alla convinzione di non poter limitare a dimensioni angustamente provinciali la fisionomia di uno scrittore che ha saputo armonizzare l'attenzione ai problemi specifici della sua terra con una prospettiva esistenziale più ampia e complessa". Fortunato Seminara è, senza ombra di dubbio, un autore che merita di essere conosciuto e studiato anche al di fuori dei confini della Calabria. E non è privo di significato il fatto che, la Fondazione a lui intitolata, abbia voluto avviare un dialogo con quell'ambiente torinese con cui lo scrittore ebbe intensi rapporti umani ed epistolari, connessi alla pubblicazione di vari suoi romanzi presso la casa editrice Einaudi e al conseguente scambio di opinioni con consulenti come Calvino. E' stata Caterina Adriana Cordiano, presidente della Fondazione Seminara, a sottolineare la rilevanza culturale dell'incontro e il suo inserirsi nel contesto delle molteplici iniziative avviate dalla Fondazione, fra cui rientrano l'allestimento di convegni, la pubblicazione di scritti inediti, di opere già note ma ormai non più facilmente reperibili(grazie alla Casa editrice Pellegrini), della rivista semestrale "Proposte critiche". Oltre a ricordare il consistente corpus dei manoscritti conservati nell'archivio della Fondazione, il prof. Luigi Maria Lombardi Satriani dell'Università "La Sapienza" di Roma, ha posto l'accento sulla dimensione insieme storica e universale dell'opera di Seminara: "Una produzione che si presta a diverse prospettive di indagine, letteraria, antropologica, storiografica e che affronta problematiche legate a una specifica epoca, ma destinate anche a sollecitare la riflessione di studiosi e lettori contemporanei". Della valenza artistica della narrativa di Seminara ha parlato Carmine Chiodo dell'Università di Roma-Tor Vergata, attraverso "l'analisi stilistico-strutturale di opere che congiungono la varietà delle tematiche alla fedeltà a un realismo sociale e psicologico prevalentemente rivolto all'indagine dello stato delle persone in Calabria". Tommaso Scappaticci, dell'Università di Cassino, si è invece soffermato sul versante "postumo" della produzione di Seminara, esaminando le ragioni della mancata pubblicazione e dei connotati ideologico-artistici dei quattro romanzi(Il viaggio, Terra amara, L'Arca, La dittatura) che hanno visto la luce, solo dopo la morte dell'autore, grazie all'operosità della Fondazione di Maropati. A presiedere l'incontro culturale è stato Valter Boggione dell'Università di Torino, che ha prospettato la possibilità di una corrispondenza fra l'universo narrativo di Seminara e quello di Fenoglio, sottolineando l'opportunità "di continuare uno scambio culturale rivelatosi denso di stimolanti interessi e di aperture a nuove chiavi di lettura". Giorgio Barberi Squarotti dell'Ateneo torinese, è intervenuto a trarre le conclusioni del dibattito e ha colto il significato e il valore dell'opera di Seminara nella capacità "di superare i limiti del realismo e di pervenire a una dimensione tragica, esistenziale, destinata a resistere al di là delle contingenze storiche e delle scuole letterarie". "Una manifestazione riuscita, questa di Torino, - ha ribadito la presidente Caterina Adriana Cordiano - che, oltre a dimostrare lo spirito di iniziativa e le qualità organizzative della Fondazione "Fortunato Seminara", ha raggiunto lo scopo di ampliare la conoscenza e di sollecitare l'analisi critica di un autore meritevole di una attenzione più approfondita e costante di quella finora riservatagli dal mondo delle lettere".

 

A CURA DELLA FONDAZIONE “FORTUNATO SEMINARA”

 

UN VOLUME SULL’OPERA DI FORTUNATO SEMINARA

 

La Fondazione "Fortunato Seminara"ha presentato il volume contenente gli Atti del secondo convegno nazionale, svoltosi a Maropati il 16, 17 e 18 dicembre 2005, sul tema "Impegno sociale e ricerca espressiva nell'opera di Fortunato Seminara".

Caterina Adriana Cordiano, presidente della Fondazione, dopo aver ricordato il primo Convegno nazionale sul tema "Società meridionale ed esiti tecnico- stilistici nell'opera di Fortunato Seminara", tenutosi a Polistena nel 1997, ha sottolineato come da allora il dibattito sullo scrittore sia andato sia cresciuto grazie anche alle pubblicazioni degli inediti (L'arca, La dittatura, Il viaggio, Terra amara) e la ristampa di opere ormai introvabili (Le baracche, La fidanzata impiccata, Disgrazia in casa Amato, Il vento nell'oliveto).

Il prof. Luigi Maria Lombardi Satriani, che presiede il comitato scientifico della Fondazione, riferendosi alla pubblicazione degli atti del convegno ha sostenuto che il volume «può certamente dare un notevole apporto conoscitivo per la comprensione di uno scrittore la cui voce non deve essere risucchiata dall'oblio. Fissare esaustivamente la figura di Fortunato Seminara a una cifra contadina - ha aggiunto – costituisce una riduzione criticamente non fondata. Seminara non è uno scrittore di una realtà immutabile. Egli segue anche con lucidità e interesse le trasformazioni della società contemporanea. La voce di Seminara - ha concluso Luigi Lombardi Satriani - si è dispiegata nel tempo con grande dignità e con risultati espressivi di altissimo rilievo, omogenei al dolore di cui si è fatta carico e che rende questa terra, pur con tutte le sue contraddizioni, così tragicamente vera e disperata».

Santo Gioffrè, assessore provinciale alla cultura ha definito la pubblicazione degli Atti del convegno nazionale, voluta dal suo predecessore Larosa, «un'occasione straordinaria per fare di memorie autentiche discussioni moderne». Per Gioffrè, «la Fondazione Seminara è un tesoro, e sarà sostenuta dalla Provincia per il recupero della storia di un personaggio straordinario come Fortunato Seminara».

Dal canto suo, il sindaco di Maropati, Eugenio Gallizzi, ha sottolineato il fatto che la nuova pubblicazione su Seminara dimostri quanto lustro la fondazione dà la Maropati e a tutta la Calabria.

Infine, Lanfranco Piromalli, figlio del compianto Antonio Piromalli, ha dato notizia di aver raccolto ben 35 articoli e pubblicazioni scritte dal padre su Fortunato Seminara. Tutto il carteggio contenente anche l'epistolario tra Piromalli e Seminara verrà raccolto in due volumi.

Sui vari aspetti della pubblicazione degli Atti del Convegno nazionale hanno relazionato il prof. Carmine Chiodo e il prof. Fortunato Seminara Tommaso Scappaticci.

 

                                                              ATTILIO SERGIO

 

 

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